Un reddito di cittadinanza dalla terra

Chiunque deve avere la possibilità di coltivarsi il proprio cibo o di ottenere un’autosufficienza di base, il che vuol dire avere accesso alla terra acquistandola, affittandola o avendola in comodato d’uso da chi non la lavora o perché il Comune, il paese, la città mettono a disposizione terre per i cittadini.

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Chiunque deve avere la possibilità di coltivarsi il proprio cibo o di ottenere un’autosufficienza di base, il che vuol dire avere accesso alla terra acquistandola, affittandola o avendola in comodato d’uso da chi non la lavora o perché il Comune, il paese, la città mettono a disposizione terre per i cittadini. Non va dimenticato che gli usi civici, ancora presenti in molte zone d’Italia, prevedono il diritto di godimento collettivo che si esercita su beni in varie forme, come il pascolo, la legna, la semina, che spettano ai membri di una comunità, oltre che su terreni di proprietà pubblica o di privati.
Un modo di agire simile sarebbe come avere un reddito di cittadinanza più motivante, perché non esiste praticamente nessuno che non possa o non sappia coltivare. In questo modo si può diventare più indipendenti da supermercati e spese varie, e anche dalla burocrazia, evitando o riducendo al minimo sprechi di soldi e di lavoro pubblico.
D’altronde non è difficile immaginare che se una persona si dà da fare coltivando il suo cibo, piantando alberi ecc., sia poi anche attiva nella collettività. Si compirebbero azioni da svolgere volentieri in comune con altre persone, quindi alimentando il senso civico e la relazione con gli altri. Una proposta da perseguire sarebbe che, a integrazione del reddito di cittadinanza, si mettesse a disposizione della persona un terreno per coltivare di almeno cento metri quadrati cioè un’area poco impegnativa individuabile pressoché ovunque ma che può dare ottime rese. Sarebbe utile anche offrire parallelamente momenti di formazione a basso costo perché i cittadini imparino a coltivare con metodi biologici e naturali per i quali servono poco lavoro e poca acqua, come appunto il sistema degli orti autoirriganti, che anche in città o in luoghi senza suolo è praticabile.
Non va comunque dimenticato che nelle città o nelle immediate periferie ci sono spesso appezzamenti abbandonati di terreni privati o dei Comuni che possono, previa accordi, essere messi a disposizione per questa iniziativa sociale. Si può immaginare cosa significherebbe un rapido aumento delle coltivazioni in loco, con ricadute positive da ogni punto di vista, sociale, ambientale ed economico. I benefici sarebbero moltissimi e si otterrebbe risparmio anche di soldi per lo Stato, che così darebbe qualcosa di utile da fare alle persone aiutandole anche a emanciparsi e a rendersi più autonome.

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